Fare affari con la Cina: Pmi e Istituzioni in campo

C’è una buona notizia sull’economia regionale, dopo tante (purtroppo) cattive novità che continuiamo a registrare. Il dato dell’export campano verso la Cina è cresciuto nel 2007 del 15 per cento. Un dato sul quale non si è riflettuto abbastanza ma che segna il sentiero da seguire se come sistema-città intendiamo stare al passo con una trasformazione dell’economia senza precedenti, che vede anzitutto andare in crisi la leadership occidentale per far posto ai nuovi giganti come la Cina.
Non succedeva da tempo. Nel triennio 2003-2005 le vendite verso la Cina di prodotti campani hanno battuto la fiacca. Sono gli stessi anni in cui si è sviluppato un dibattito controverso sui contraccolpi negativi della competizione sulle merci nostrane dei prodotti venuti dall’Oriente estremo.
Una competizione imbattibile, perché basata su un’improponibile gara del costo della manodopera. Il “pericolo giallo” basato sul fatto che un’ora di lavoro cinese costa venti volte meno di una italiana. Con l’invasione dei vecchi capannoni della zona industriale vista come segno di un’erosione, silenziosa e incessante, anche dei fondamentali della locale capacità di tenere il ritmo degli scambi commerciali.
E invece? Invece si scopre che nel 2007 il valore del commercio verso la Cina raggiunge i 118 milioni di euro. Un trend significativo nel settore delle macchine e degli apparecchi elettrici (più 33 per cento rispetto al 2006).
Un vero e proprio boom in settore in cui, viceversa, avremmo dovuto noi soffrire il morso delle importazioni dalla Cina, come il comparto abbigliamento e pellicce (più 289 per cento), i prodotti tessili (più 158 per cento), i prodotti dell’agricoltura e della caccia (più 493 per cento). Che cosa ci insegna l’inversione di tendenza di questi ultimi due anni? Ci insegna qualcosa su cui dobbiamo riflettere, perché si tratta di una vicenda emblematica, dalla quale trarre – come istituzioni e come imprese – qualche insegnamento.
Anzitutto bisogna dare onore al merito. Dare a Cesare quel che di Cesare è. Dobbiamo tributare un plauso al lavoro di squadra fatto da Governo, Regione Campania e Città della Scienza.
La crescita fuori del comune della nostra penetrazione commerciale verso un Paese la cui domanda di consumi è in costante aumento coincide con l’impegno profuso dalla Regione Campania in un programma di cooperazione e scambi con la Cina che riguarda sia l’implementazione della strategia di cooperazione economica ed istituzionale con la Municipalità autonoma di Tianjin e la Provincia dello Zhejiang, sia la gestione di un programma di collaborazione nel campo della ricerca, della tecnologia e dell’impresa. Ultima tappa il Siee (Sino-Italian Exchange Event), che si è svolto dal 25 al 27 novembre proprio a Città della Scienza. Un esempio confortante, che mi induce ad aggiungere qualche altra considerazione tratta dall’esperienza personale.
Parlo della spedizione in Cina da me compiuta, come presidente del Gruppo Giovani, in rappresentanza dell’Api Napoli, che si è tradotta in una fitta serie di incontri con aziende cinesi dei settori turistico, ambiente e nuove tecnologie.
Fabbricare un prodotto in Cina per poi rivenderlo in Italia nonporta valore aggiunto. Quello che, al contrario, serve è creare joint venture, realizzare insieme manufatti e progetti di natura industriale o commerciale. Una soluzione che, del resto, metterebbe le nostre imprese al riparo da una concorrenza difficile da fronteggiare. Il concetto, a mio parere, è semplice: se il “nemico” non può essere sconfitto è meglio allearsi con lui.
Così com’è accaduto al Siee con la Lettera d’intenti per la promozione degli investimenti reciproci sottoscritta dall’assessore Cozzolino, anche la nostra missione in Cina troverà sbocco nella stipula di un protocollo di intesa con una parte della comunità cinese che fa impresa a Napoli: circa duecento imprenditori che, attraverso il coordinamento dell’ambasciata cinese a Roma, ufficializzeranno a breve un sodalizio con l’Api Napoli.
Davanti agli sconvolgimenti dell’economia globale che fanno emergere nuovi mercati sul quadrante delle opportunità, invece di gridare “al lupo, al lupo” è necessario accettare la sfida. Mettendo in campo tutto il meglio che Napoli rappresenta in termini di qualità della ricerca, cervelli, cultura del lavoro. Solo così potremo diventare una città trainante come Napoli era nell’Ottocento.
Solo così riusciremo a ricoprire un ruolo nuovo come porta dell’Estremo Oriente verso l’Europa e dell’Europa verso il Far East, e non una banchina dove scaricare prodotti a basso costo per i mercati del Nord.

admin

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