Giovani, il futuro appartiene solo a chi sa costruirlo per chi verrà dopo

In Italia si parla sempre più spesso del disagio che le giovani generazioni di questo paese provano e, inevitabilmente, soffrono a causa dell’incapacità del passato di programmare un qualsiasi orizzonte temporale che fosse proiettato sui destini del domani, il tutto preferendo soddisfare le piccole esigenze del momento, spesso egoistiche, per poi addebitarle sempre a chi sarebbe venuto dopo.  Un modo di agire triste e povero, che ha regalato a figli e nipoti di quegli italiani così poco accorti un passato che non passa, fatto di debiti e di precarietà, di cattive amministrazioni e di demerito, di paura e di sfiducia.

Ormai abbiamo sfondato il muro del 40% di disoccupazione giovanile nel paese e, altro triste primato, siamo riusciti a metterci talmente con le spalle volte al futuro che la mia generazione, come quelle successive, dichiara di percepirsi (a ragione) meno fortunata di chi ci ha preceduti.

Insomma, il quadro non è dei migliori, anzi, ma nonostante questo i giovani italiani non mancano di forza ed energia. E per tutti quelli che, scoraggiati si arrendono e scappano via, ce ne sono tanti altri che non ci stanno ad arrendersi e caparbiamente vanno avanti, cadono, si rialzano, vacillano ma sperano, lottano indossando un’ armatura di testardaggine per combattere le mille storture di un paese che preferisce troppo spesso invecchiare senza rinnovarsi. Come loro, quindi, spesso corro con la mente e ricordo quella che è senza dubbio la prima legge del divenire: il futuro si realizza solo dove trova spazio, intellettuale, materiale, fisico, e soprattutto il futuro deve essere costruito da chi lo vive, nei modelli di pensiero, nella freschezza delle azioni. Un domani da costruire a volte anche distruggendo e rigenerando, con quella forza creativa e propulsiva che spesso solo l’età riesce a dare, e con quella forza di chi, pieno di entusiasmo, riesce a mettersi continuamente in gioco.

In un’economia che diventa sempre più dinamica e specialistica, che punta quasi esclusivamente sulla conoscenza e sull’innovazione, così come in una politica troppo vecchia, nei riti come nelle dinamiche, l’essere giovani preparati, capaci e volenterosi dovrebbe risultare il miglior valore aggiunto per aprirsi le porte del futuro. Certo all’Italia non mancano queste eccellenze, ma troppo spesso trovano i loro spazi in altri luoghi, altre nazioni. E visto che coltivare le persone costa tempo e sforzi immani, accade che, per ognuno di questi giovani uomini e donne emigrati e persi, il paese arretra e allo stesso tempo muore un po’. Nei prossimi anni gli istituti di ricerca e statistica finiranno per parlare di questi tempi identificandoli come quelli che hanno impoverito il nostro bacino generazionale, segnando definitivamente il declino della nazione. Ciò accadrà se non sapremo immediatamente porre rimedio a questa gravissima emorragia di ragazzi e ragazze eccezionali che, aggiungendo il danno alla beffa, contribuiranno in maniera determinante a far crescere i nostri competitor esteri, capaci più di noi di accoglierle e sfruttarne le capacità. Vogliamo questo?

Nella mia esperienza di uomo e imprenditore, approfittando di un’incredibile fortuna e dell’onore che mi è stato riconosciuto qualche anno fa, e che mi ha visto rappresentare tanti giovani di questo territorio come presidente regionale del gruppo giovani di Confapi, ho potuto toccare con mano la determinazione dei tanti Michele, Ciro, Stefano, Giovanna, Ilenia, Emanuela, Giovanni, Luigi, Anna Paola, Vincenzo, e potrei continuare a lungo, che non solo continuano ad investire in primis sulla loro vita, in queste terre spesso abbandonate dallo Stato e vittime dell’ approssimazione e della responsabilità, ma lo fanno anche da cittadini, imprenditori e professionisti, tanto di prima quanto di terza generazione, cercando di interpretare i nostri punti di forza: turismo, manifattura, passando per l’innovazione in campo medico, puntando alla riqualificazione tanto dei lavoratori quanto sugli imprenditori attraverso una formazione qualificata, cercando di comunicare e raccontare le eccellenze di questo territorio, rinnovando tradizioni antiche nell’agroalimentare, inventando nuovi modi per vincere in un mercato ricco dei tanti pregiudizi che siamo riusciti a costruirci da soli e che ci vogliono, incapaci ed inetti, cittadini di serie “c”. Questo, in teoria, per il solo fatto di essere nati in questa parte d’Italia che avrà sì tanti problemi, ma anche tutte le risorse interne per superarli. Energie che, sempre più mi rendo conto, risiedono nel cuore delle nuove generazioni, che non chiedono assistenza o aiuto, ma solo la libertà di fare e uno Stato presente che testimoni la civiltà e l’altezza di un ruolo che spesso le istituzioni hanno saputo rappresentare solo attraverso l’assenteismo o un modello ingenerente che ha mostrato il volto di un patrigno arrogante capace di causare più danni che benefici. Un malcostume tale da non saper e non voler risolvere una questione meridionale che perdura da 60 anni e che ancora oggi sembra lontana dalla sua risoluzione, una questione che viene ancora affrontata nei capitoli di spesa dei bilanci pubblici, quando invece dovrebbe essere risolta attraverso l’impegno dei giovani, dando a loro un ruolo diretto di attori di cambiamento, e non di spettatori subalterni e passivi.

Se il paese volesse accettare davvero una sfida, dovrebbe investire in questi ragazzi, nella loro istruzione, nel loro ruolo economico, nella loro voglia di vincere la partita della responsabilità, aprendo ad un’intera generazione le possibilità che sempre più sono negate dal gap col passato,  dal blocco del ricambio nella pubblica amministrazione, dalla lentezza della macchina burocratica che non incentiva le nuove leve a mettersi in proprio, dal ruolo delle banche che le deridono e chiedono garanzie su idee e iniziative che ancora non sono nate e sperimentate e che in questa maniera non nasceranno mai. Il tutto condito dalla mancanza sempre più acuta di merito e di buoni esempi tanto nel privato quanto nel pubblico, settori che hanno dimenticato l’esigenza di un ruolo non solo simbolico che i giovani hanno avuto sempre nelle società evolute, quello di incarnare la speranza e non la sfiducia, la speranza di una crescita felice che rispetti tutti, in primis il nostro ambiente, in contrapposizione ad una decrescita sciocca e distruttiva.

La verità è che soffriamo da quasi 50 anni della terribile malattia del “frattempo”: promettiamo sempre impegno e responsabilità futura,  posticipando al domani il nostro agire, restando vittime delle infinite emergenze (economiche, sociali, ambientali etc.) che noi stessi creiamo nell’attesa che un fantomatico qualcuno raccolga il testimone e prenda decisioni difficili al posto di chi lo precedeva. Il problema è che ancora oggi nessuno è disponibile a cedere non solo il potere, ma anche il più minuscolo diritto, probabilmente acquisito sulla pelle dei propri figli. Solo con una reale disponibilità dei privilegiati si andrebbero a diminuire le ingiustizie e le asimmetrie sociali che permangono tra una vecchia generazione ricca di rendite e intoccabili certezze  e una nuova generazione che tra dubbi e incertezza, si sarebbe aspettata, forse meritandoli, padri più nobili.

Da (quasi) ragazzo quale sono, potrei raccontare le storie di mille e più giovani che, come me, stanno scommettendo ancora nell’Italia e con ancora maggior coraggio in Campania. Giovani che continuano a guardare con fiducia il domani, e che invece delle spalle pongono lo sguardo verso l’orizzonte per costruire il futuro, ma allo stesso tempo ci sentiamo sempre più abbandonati, inascoltati, consci che di noi si preferisce sempre parlare, ma senza darci la dignità della parola, o la responsabilità di fare da soli. E’ vero che il futuro lo si conquista, ma noi per ottenerlo ormai dobbiamo solo rubarlo, un minuto alla volta, sottraendolo a mani avare e troppo spesso lontane da noi.

Cambiare non è mai facile, lo sappiamo, ma se rinunciamo anche noi questo paese perderà la sua eredità economica, sociale, culturale. Quindi stateci vicini, incoraggiateci, dateci la forza per andare avanti, a volte anche tendendo solo la mano per farci rialzare dalla polvere della burocrazia, del mancato accesso al credito, della crisi, della nostra ingiusta giustizia. Non chiamateci bamboccioni o con acronimi suggestivi come NEET. Chiamateci figli e figlie, non di questo paese che ci fa sentire orfani, ma di un paese futuro che costruiremo noi stessi e che, vi assicuriamo, saprà mantenere la promessa di un domani migliore di quello che voi ci avete lasciato. Perché ci è costata tanto, ma la lezione alla fine l’abbiamo appresa: mai rimandare, ma scegliere sempre di fare;  mai vendere quello che non ci appartiene; mai aspettare o saremo sempre vittime del passato. Il futuro dopotutto è un tempo bellissimo, perché appartiene soltanto a chi sa costruirlo per chi verrà dopo.

 

admin

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