Il futuro dell’economia: “Sii il cambiamento (green) che vuoi vedere nel mondo”

green_italyIn Italia nel corso dell’ultimo ventennio si è sempre parlato di industria e di ambiente come due elementi antitetici, considerandoli nemici giurati. Se da una parte si invocava la creazione d’impresa per costruire le premesse occupazionali utili a trovare un equilibrio sociale, dall’altro spesso si manifestava contro questa o quella installazione industriale considerata troppo inquinante e, con onestà, non si può dire che di errori, nell’una o nell’altra misura non siano stati commessi. Con qualche triste ed evidente esempio che ci ha raggiunto fino al presente e che resterà – come nel caso di Bagnoli o della terra dei fuochi – un’eredità ancora lunga da sopportare, ma se queste storie possono dirsi confinate soprattutto al passato, nel futuro di questa nazione può sinceramente affermare che i modelli di un tempo, non solo siano stati superati, ma che il nuovo binomio sintetizzato nell’ambito ideale dall’acronimo di “Green Economy” non solo funziona, ma è diventato lo standard sul quale le aziende piccole o grandi che siano puntano, cioè fare impresa per l’ambiente e non contro.
Le buone pratiche nazionali ed internazionali dalle quali prendere esempio non mancano, dalla chimica verde che vede proprio in Italia campioni mondiali, come nel recupero di materia prima che deriva dalla raccolta differenziata, dove le imprese italiane possono essere da esempio europeo per efficienza e capacità di valorizzare quelli che una volta erano scarti e con un pizzico di orgoglio regionale aggiungerei che alcune delle migliori eccellenze nel campo sono proprio in Campania che negli ultimi anni è passata da fanalino di coda a campione nazionale per la capacità di recupero.

Chiaramente a questi esempi vanno aggiunte tutte le innovazioni tecnologiche, i miglioramenti e le conquiste della tecnica che sono stati inseriti in quasi tutti i cicli di produzione, dall’utilizzo sempre più frequente di energie alternative, all’efficientamento nei consumi con l’utilizzo di materie prime derivanti per almeno il 35% dalla filiera del riciclo. Dalla creazione di una nuova industria che si occupa quasi esclusivamente di produrre semilavorati, come nelle plastiche, che provengono dalla raccolta differenziata dei cittadini, dalla nascita di nuove e straordinarie sensibilità nel settore della Bioremedetion, alla creazione nuovi cicli di produzione, più attenti e sostenibili anche in uno dei settori più antichi come l’agricoltura, dove dall’uso di pesticidi, all’allevamento di bovini ed ovini, si sono applicate e si stanno sviluppando nuove metodologie che non solo so
o attente al territorio, ma si preoccupano anche di recuperare intere aree desertificate o inquinate da un uso intensivo e spregiudicato.

Se tutto questo non bastasse si potrebbe, senza tema di essere smentiti, affermare che la via maestra che molte aziende hanno intrapreso per riuscire a sopportare e vincere questi anni di crisi è stata proprio quella della “Green Economy”, come testimoniato anche da autorevoli rapporti non ultimo quella della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e lo possono affermare con gioia tanto gli abitanti della Sardegna come quelli del Veneto, dove la conversione di interi cicli produttivi o il recupero di aree industriali dismesse è servito non solo per conservare, ma per promuovere la nascita di tantissimi posti di lavoro, molti dei quali specializzati in nuove figure ambientalmente friendly.

Come straordinario motore di occupazione e rinascita imprenditoriale sarebbe la promozione anche in ambito legislativo di tutte quella attività di re
upero dell’immenso parco immobiliare italiano, che dal rifacimento, dalla conversione energetica, dalle ristrutturazioni, quindi dal recupero dell’esistente e non dal consumo di ulteriori aree verdi, potrebbe da solo significare qualche punto di Pil e ulteriori migliaia di posti di lavoro qualificati. Insomma, le strade del futuro sembrano segnate di verde, ma per renderle percorribili, bisognerebbe rimuovere molti ostacoli, come le lungaggini inutili di una burocrazia troppo lenta e spesso incompetente, l’applicazione univoca e senza interpretazioni di un Testo Unico Nazionale sull’Ambiente troppe volte declinato malissimo a livello regionale e fino a poco tempo fa anche provinciale, l’impegno vero di banche e della Cdp ad investire con linee preferenziali nelle attività considerate Green ed infine, ma per importanza, soprattutto riuscire ad impostare e solidificare questo nuovo modello culturale che vede imprese, cittadini, istituzioni lavorare per l’ambiente, con responsabilità, coerenza ed un pizzico di coraggio, perché nulla si crea e niente si distrugge, ma tutto cambia e quindi vale la pena ricordare una massima straordinaria: “Sii il cambiamento (green) che vuoi vedere nel mondo”.

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