SE TORNA L’ INCUBO SPAZZATURA

La parola “ambiente” in Campania suona ancora come un urlo per i tristi, e ancora molto vivi, ricordi legati al periodo definito “emergenza rifiuti”, dove cittadini, aziende e territorio si sono visti schiacciati dalla mortificazione più totale.

Del resto ancora oggi, di fronte ai sacchetti abbandonati per strada, è difficile non rivivere la paura e credere che quel periodo di “emergenza” sia solo un incubo passato. Il sospetto è che stia per tornare prepotentemente alla ribalta lo stato di crisi e forse addirittura in maniera più virulenta che in passato. Per altro, un ritorno del dramma immondizia segnerebbe un definitivo fallimento di tutti quelli che hanno governato, a livello nazionale e locale, il problema, dichiarando troppo spesso di averlo risolto.

Ma andiamo per gradi, quali sono i nodi non risolti che condizionano e probabilmente causeranno un ritorno all’emergenza? Il primo, per importanza, è che al momento non siamo ancora riusciti a chiudere il ciclo integrato dei rifiuti, restando quindi in larga parte dipendenti per lo smaltimento di alcune importanti frazioni, come l’umido, da altre regioni, con costi chiaramente maggiori e con l’ accresciuto rischio di ritrovarsi improvvisamente senza sbocchi esterni.

Ci sono, poi, gli impianti e le discariche regionali da realizzare, da terminare e/o mettere a regime; operazioni che la passata legislatura regionale, il commissariamento e, infine, la Provincia (a cui sono passate deleghe ed oneri) avrebbero già da tempo dovuto realizzare, con affidamenti e progetti mai attuati e che, anzi, hanno reso ancor più incerto il futuro, a causa di un incomprensibile inattività su un tema chiave come quello dell’ambiente.

Altro nodo irrisolto è quello legato alla vicenda delle municipalizzate, con in pancia centinaia di lsu, che per decreto dovrebbero essere sciolte o in parte privatizzate. Queste continuano a generare costi assurdi per la collettività e disservizi perenni, con l’aggravante di sfuggire alle regole del mercato e della concorrenza con affidamenti spesso diretti o in house (in barba alle direttive Europee).

E c’è dell’altro, ad esempio il mancato impiego economico di grandi e piccoli imprenditori che, senza la sicurezza che il sistema della raccolta differenziata parta davvero (la città di Napoli è ancora ferma al 12%), non investono nel secondo e più importante step, quello della trasformazione delle materie prime-seconde recuperate dai nostri rifiuti. Passaggio che potrebbe portare non solo alla realizzazione di una vera filiera industriale ecosostenibile, ma anche alla creazione di sbocchi naturali per tante fresche professionalità, ricapitalizzando finalmente i numerosi giovani (la Campania è il bacino generazionale più grande di Italia).

Gli amministratori locali dovrebbero attivarsi in maniera propositiva, costruttiva e fattiva sul tema, facendone magari un punto di partenza e orgoglio regionale, dimostrando una volta per tutte di non essere gli ultimi della classe.

admin

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