Juncker promette per la crescita dell’eurozona 300 miliardi di euro, “Basteranno a rilanciare l’economia?”

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L’Europa promette 300 miliardi di euro per rilanciare la crescita, ma non si sa ancora come e soprattutto dove verranno letteralmente trovate le risorse per finanziare questo progetto che resta tutto da definire, ma forse prima di capire come, cerchiamo di capire chi è che promette, Jean-Claude Juncker è un politico e avvocato lussemburghese, Presidente della Commissione europea dal 1º novembre 2014, ma soprattutto persona di grande fiuto politico, capace di ascoltare il vento e girare opportunamente dalla parte più favorevole, nel recente passato grande alfiere dell’austerità ed oggi a parole (nei fatti vedremo), cavaliere della crescita …

Diciamolo subito ad oggi non abbiamo ancora capito quali saranno gli ingredienti della ricetta che Juncker ci proporrà dal titolo “A New Start for Europe: My Agenda for Jobs,Growth, Fairness and Democratic Change”, proviamo ad immaginarne una, partendo dalla diagnosi del problema da risolvere, facendo la doverosa premessa che noi preferiamo iniziare un’analisi che parta dal punto di vista di Keynes: poiché la crisi è causata da una domanda aggregata insufficiente, sono necessarie politiche macroeconomiche molto espansive. Semplificando al massimo, il rimedio è: “costruire piramidi, finanziando il tutto con banconote di nuova emissione”.
Integriamo questa semplicistica analisi ricordando le parole del presidente della BCE: Draghi ha ricordato tante volte che per la crescita servono riforme che aumentino il reddito potenziale e investimenti che lo realizzino. Di “piramidi” ne abbiamo già in abbondanza, e una politica monetaria espansiva aiuta, ma non cura.

Quindi analisi finale il rimedio è: riforme più investimenti.

I finanziamenti non è ancora chiaro da dove arriveranno, ma è ragionevole prevedere che non verranno fatti debiti e che, accanto alle risorse pubbliche, non mancheranno quelle private e punteranno soprattutto su infrastrutture logistiche ed energetiche.

Ora però scendiamo dalle latitudini di Bruxelles, all’Italia che vale la pena ricordarlo non cresce da 8 anni, con una produzione industriale tornata a livelli inferiori a quelli dei primi anni ’90 e dove di riforme, anche durissime per lo stato economico e sociale non sono mancate, basti pensare a quelle targate Fornero, alla più recente Legge di Stabilità e al Jobs Act, ma nonostante questo il Pil italiano non crescerà, o comunque non molto nei prossimi tre anni, perché su tutto pare sia emersa una verità più grande delle altre, ogni riforma è inutile se non c’è domanda o peggio ancora, quando è solo abbozzata o troppo lenta ad entrare in gioco (vedasi decreti attuativi che non arrivano mai).

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Quindi qui emerge un’altra questione ? Ammesso che il piano Juncker parta, sarà utile al nostro paese ?

Parlando con un pizzico di realismo e con sguardo un po’ smaliziato, in primis speriamo che alle parole seguano i fatti, vale la pena ricordare che i 120 miliardi di euro per la crescita e il lavoro previsti nel “The Compact for Growth and Jobs” (vedi il rapporto del Consiglio Europeo, “The Compact for Growth and Jobs: one year on”: “The EUR 120 billion investment package outlined in the Compact is in place but has not yet been used to its full potential”) nessuno li hai mai visti.
In secondo luogo, se gli investimenti pubblici in infrastrutture dovessero come ci auguriamo partire potranno portare ad un miglioramento della domanda e ai relativi investimenti privati solo se saranno molto efficienti e ahimè in Italia abbiamo esperienze pessime al riguardo

Insomma le vicende del belpaese sono come al solito un paradosso, governo annuncista ed ottimista, Europa che continua a non fidarsi anzi ci considera ancora un osservato speciale e l’economia continua a stagnare, la vera risposta alla crisi, ancora una volta sarà data da una combinazione di fattori : Juncker investe i 300 miliardi; la BCE mette in circolo altri miliardi di euro al suo attivo; e Roma fa finalmente le riforme che da 20 anni si promettono senza mai realizzarle; a quel punto non abbiamo dubbi la crescita arriverà e supererà per una volta le nostre attese.

admin

1 Commento

  1. A mio parere la ripresa economica europea, ma non solo, è condizionata da due fattori principali:

    1. occorre riportare l’attività della Finanza al suo compito naturale: il sostegno all’economia reale. Lasciando da parte la finanza parallela dei derivati in tutte le loro fantasiose forme, oggi va preso atto che i titoli scambiati in borsa potrebbero tranquillamente non corrispondere ad una sottostante entità reale (impresa fatta di persone vere, di prodotti tangibili, di quote di mercato, di capacità manageriale, di capitale umano, di efficienza dei processi produttivi. Se anche ad un titolo corrispondesse una entità di fantasia esso verrebbe ugualmente scambiato. Questo perché agli investitori non interessa più esclusivamente la realtà del sottostante, interessano le variazioni del titolo, perché è da quelle che traggono il loro profitto. Una mutazione genetica della Finanza che ha il suo acme nelle cosiddette hft, transazioni ad alta frequenza, che in alcuni mercati superano il 70% del volume totale delle transazioni. I campioni di questa attività, Goldman Sachs e Morgan Stanley, seguiti da una pletora di trader minori, fino al microtrader individuale che scommette dal suo salotto di casa, con questo sistema drenano immensi capitali dal mercato senza minimamente interessarsi all’economia reale. Privando cioé l’economia reale della funzione della Finanza, che sarebbe quella di premiare o punire le imprese in funzione delle loro capacità gestionale, di innovazione, di individuare e di penetrare nuovi mercati.

    2. i presupposti dello sviluppo economico sono garantiti dalla forza politica. Nell’epoca della globalizzazione l’Economia di una entità statuale (o di una associazione organica di tali entità, come la UE) è inevitabilmente dipendente dalla influenza geopolitica che essa riesce ad esercitare sul resto del mondo come soggetto unitario.
    In altri termini: lo stato e le prospettive della sua economia sono strettamente dipendenti dalla sua capacità politica (e dunque anche militare) di garantire i presupposti fondamentali dello sviluppo economico.
    L’Unione Europea da questo punto di vista è estremamente debole, è esposta agli effetti dell’egemonia che altre entità statuali esercitano su di essa sotto i più vari aspetti. Lo spazio a disposizione dell’economia europea è quello che concedono i soggetti politicamente più forti di essa. E a volte lo spazio che viene concesso è insufficiente e genera crisi economica e recessione.

    Questi due punti, a mio parere, dovrebbero essere centrali nel dibattito multilivello sullo stato dell’economia europea (e dunque anche nazionale), sulle cause della presente crisi, sulle prospettive di ripresa. Invece, in particolare del primo punto, si evita accuratamente di parlare con trasparenza e franchezza, dunque si evita di prospettare decisioni possibili per migliorare lo stato dell’economia. In tali condizioni le prospettive sono grame.

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